Fede. Intuizione. Bhakti. Preghiera. Dio.
Ci sono momenti nella vita in cui possiamo continuare a cercare soluzioni, organizzare, pianificare, prevedere.
E ascoltare.
Ho attraversato anch’io periodi in cui avevo bisogno di sapere quale sarebbe stato il passo successivo. Avevo bisogno di capire, di decidere, di trovare la strada giusta prima ancora di averla percorsa.
E più cercavo una risposta, più mi accorgevo che non arrivava.
Non perché non stessi facendo abbastanza.
Forse perché stavo cercando di controllare qualcosa che non mi apparteneva.
È stato lì che ho iniziato a comprendere la differenza tra fare tutto ciò che è nelle mie possibilità e pretendere di controllare il risultato.
Sono due cose molto diverse.
Il controllo ci fa sentire al sicuro
Pianifichiamo.
Anticipiamo.
Analizziamo.
Cerchiamo di prevedere cosa potrebbe accadere e prepariamo un piano B, magari anche un piano C.
In fondo, è umano.
Il controllo nasce spesso dal desiderio di proteggerci dalla sofferenza. Se riesco a prevedere ciò che accadrà, forse posso evitare di stare male.
Ma la vita, prima o poi, ci ricorda qualcosa di molto semplice:
non tutto dipende da noi.
Possiamo scegliere come agire, ma non possiamo controllare le conseguenze di ogni nostra azione.
Possiamo amare qualcuno, ma non possiamo controllare il suo percorso.
Possiamo prepararci con cura, ma non possiamo sapere cosa incontreremo domani.
Possiamo avere una direzione molto chiara e, improvvisamente, scoprire che la vita ci sta portando altrove.
Ed è proprio lì che il controllo può trasformarsi in sofferenza.
Perché quando la realtà non corrisponde al nostro progetto, possiamo continuare a resistere.
Oppure possiamo iniziare ad affidarci.
Ma affidarsi a cosa?
Questa è stata per me la domanda più importante.
Affidarsi non significa smettere di agire.
Non significa diventare passivi.
Non significa dire: “Qualunque cosa succeda, va bene così” mentre dentro di noi siamo terrorizzati.
E soprattutto non significa convincersi che “tutto andrà bene” nel senso che tutto andrà necessariamente come desideriamo.
Perché cosa significa veramente bene?
Bene per chi?
Secondo quale progetto?
Secondo quale momento della nostra vita?
Forse la fede è qualcosa di molto più profondo.
È la capacità di dire:
“Io farò la mia parte. Ma non ho bisogno di conoscere già il risultato per continuare a camminare.”
La fede non è certezza. È fiducia nell’incertezza.
Nella mia esperienza spirituale ho incontrato questa parola molte volte: abbandono.
In sanscrito, la bhakti parla proprio di questo affidarsi al Divino.
La preghiera, allora, può cambiare completamente significato.
Non è soltanto chiedere:
“Dio, fa’ che accada ciò che desidero.”
Può diventare:
“Dio, aiutami a vedere ciò che devo vedere. Dammi la forza di fare ciò che mi spetta fare e la fiducia di lasciare andare ciò che non posso controllare.”
Questa per me è una preghiera molto più difficile.
E molto più potente.
Perché non chiede di avere il controllo.
Chiede di avere fiducia.
Quando l’intuizione parla
Credo che anche l’intuizione abbia a che fare con questo.
Quando siamo completamente immersi nel controllo, facciamo fatica ad ascoltarla.
La mente vuole prove.
Vuole garanzie.
Vuole sapere perché.
L’intuizione spesso arriva invece in modo molto più sottile.
È una sensazione.
Una direzione.
Un sì o un no che non sappiamo ancora spiegare.
E per ascoltarla abbiamo bisogno di uno spazio interiore sufficientemente silenzioso.
Per questo la pratica spirituale è così importante.
La meditazione.
Il silenzio.
La preghiera.
Il mantra.
La pratica dello Yoga.
Lo studio.
Il satsang.
Sono tutti modi per creare quello spazio nel quale, lentamente, possiamo distinguere la voce della paura da quella dell’intuizione.
E se la vita non facesse ciò che le chiediamo?
Questa è forse la parte più difficile della fede.
È facile dire “mi affido” quando le cose vanno come speriamo.
È molto più difficile farlo quando una porta si chiude.
Quando perdiamo qualcosa.
Quando un progetto non si realizza.
Quando una relazione finisce.
Quando il corpo ci costringe a rallentare.
Quando una strada sulla quale avevamo investito moltissimo improvvisamente non sembra più percorribile.
È proprio lì che la fede viene messa alla prova.
Non perché dobbiamo convincerci che ciò che accade sia bello.
Ma perché possiamo imparare a non identificare il nostro bene con il fatto che la realtà corrisponda ai nostri desideri.
Forse possiamo dire:
“Non so ancora dove mi porterà tutto questo. Ma posso continuare a camminare.”
Lasciare andare non significa arrendersi
Questa distinzione per me è fondamentale.
Arrendersi può significare smettere di partecipare alla propria vita.
Affidarsi è l’opposto.
Significa partecipare pienamente, facendo ciò che possiamo, e poi lasciare andare il risultato.
È la differenza tra:
“Deve andare così.”
e
“Io camminerò in questa direzione, ma sono disponibile a essere guidata.”
La seconda frase contiene molta più libertà.
E forse anche molta più fede.
Dal controllo alla fiducia
Più pratico, più mi accorgo che la spiritualità non consiste necessariamente nell’avere risposte.
A volte consiste nel riuscire a rimanere presenti anche quando le risposte non ci sono.
Nel continuare a pregare.
Nel continuare a praticare.
Nel continuare ad ascoltare.
Nel fare il prossimo passo senza pretendere di vedere tutta la strada.
Per me, questo è il senso più profondo della bhakti: non soltanto amare Dio, ma imparare lentamente a riconoscere il Divino anche là dove la vita non corrisponde alle nostre aspettative.
E forse la fede non è dire:
“So che tutto andrà bene.”
Forse è qualcosa di ancora più radicale:
“Non so cosa accadrà. Eppure scelgo di fidarmi.”
Questa fiducia può avere molti nomi.
Per qualcuno è Dio.
Per qualcuno è la Vita.
Per qualcuno è l’Universo.
Per qualcuno è il proprio Sé più profondo.
Il nome importa meno dell’esperienza.
Quello che cambia è il nostro modo di stare nella vita.
Dal controllo alla fiducia.
Dalla paura all’ascolto.
Dalla resistenza all’abbandono.
Una domanda da portare con sé
Forse passiamo una parte enorme della nostra vita cercando di costruire sicurezza.
Eppure, prima o poi, la vita ci chiede di scoprire che la vera sicurezza non è sapere cosa accadrà.
È sapere che, qualunque cosa accada, possiamo rimanere presenti.
Possiamo ascoltare.
Possiamo agire.
Possiamo pregare.
Possiamo ricominciare.
E possiamo affidarci.
Per questo oggi mi piace molto di più una frase diversa da “Tutto andrà bene”.
Mi piace:
“Non so come andrà. Ma posso fidarmi del prossimo passo.”
E allora ti lascio con una domanda:
Che cosa stai cercando di controllare così profondamente, proprio in questo momento, che forse la vita ti sta invitando ad affidare?